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L’offesa sui social giustifica sempre il licenziamento disciplinare?

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Nell’epoca dei Social network, è ormai diventato uso comune che la propria bacheca Facebook piuttosto che il proprio profilo Twitter (e via dicendo) vengano utilizzati come metro di giudizio del comportamento e del contegno del dipendente.

Ma quando le proprie esternazioni sul profilo social possono arrivare ad essere causa di un licenziamento disciplinare?

Per maggiori informazioni, continua a leggere.

 

 

L’offesa su facebook giustifica il licenziamento?

La giusta causa di licenziamento – anche on line – va sempre valutata in relazione alla gravità dei fatti imputati al lavoratore ed in relazione alla proporzionalità tra tali fatti e la sanzione inflitta (il licenziamento).  

Sulla base di questi principi, il Tribunale di Nocera Inferiore, con sentenza del 29 maggio 2019, n. 16075/2019, ha dichiarato illegittimo il licenziamento e reintegrato il lavoratore che sul proprio profilo Facebook, aveva postato l’epiteto “che pezzi di m***a” in commento ad un provvedimento datoriale riguardante un altro lavoratore.

In questo caso, nel dichiarare la nullità del licenziamento, il Giudice del lavoro ha dato rilievo alla sproporzione tra la condotta del lavoratore (comunque da punire) e l’applicazione della più grave delle sanzioni disciplinari (il licenziamento).

Nella sentenza si precisa che tale proporzionalità non può riferirsi esclusivamente alla portata dissuasiva che la sanzione mira ad infondere sugli altri dipendenti, ma va valutata anche in relazione alla gravità della colpa e sull’intensità delle violazioni della buona fede contrattuale che esprimono i fatti contestati.

Pertanto, a tutela delle ragioni del lavoratore hanno avuto valore preminente:

  1. La circostanza che per l'ipotesi di “gravi offese verso i compagni di lavoro”  il CCNL di riferimento prevedesse una sanzione conservativa (e non espulsiva, come è il licenziamento);
  2. Non vi fosse alcuna recidiva o precedente condotta simile posta in essere dal lavoratore;
  3. Il commento nasceva da una creduta ingiustizia che vedeva il lavoratore direttamente interessato, quale patrono degli interessi sindacali degli altri lavoratori (essendo un sindacalista);
  4. La circostanza che il lavoratore si sia prontamente scusato per quanto accaduto.

 

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Licenziato per un post su facebook. L’ipotesi della diffamazione.

La vicenda pervenuta all’esame della Corte di Cassazione riguardava il caso di una lavoratrice licenziata dall’azienda per aver pubblicato sulla propria bacheca pubblica di Facebook un post in cui si leggeva testualmente “mi sono rotta i c*******i di questo posto di m***a e per la proprietà”.

In tale contesto, la Corte ha osservato che la pubblicazione di un post come questo su un profilo Facebook, integri, di fatto, un’ipotesi di diffamazione “per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, posto che il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”.

Alla luce di tale osservazione e proprio per l’idoneità del social network in questione a far sì che l’esternazione ivi resa pubblica possa raggiungere un “gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica”, la Corte ha ritenuto che il comportamento posto in essere dalla lavoratrice sufficiente a giustificare il licenziamento.

 

L’irrilevanza della dichiarata “non intenzionalità” della condotta lesiva.

 

La lavoratrice aveva, poi, sostenuto di non essere stata intenzionata a ledere gli interessi aziendali né l’azienda stessa.

Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato, sul punto, che la lesione del vincolo fiduciario che dovrebbe intercorrere tra le parti, ben possa intervenire a causa di un comportamento di “natura colposa”.

Pertanto, nella sentenza in esame, è stata osservata l’irrilevanza del fatto che la condotta posta in essere dal lavoratore avesse o meno carattere “intenzionale o doloso” ai fini della valutazione della giusta causa di licenziamento.

 

Social network e la lesione del vincolo fiduciario.

 

 

All’esito del percorso argomentativo richiamato, la Suprema Corte ha osservato che, nel caso in esame, l’aver pubblicato sul proprio profilo Facebook un post che recitava “mi sono rotta i c******i di questo posto di m***a e per la proprietà” rendeva irrilevante la specificazione del nominativo del rappresentante dell’azienda, essendo facilmente identificabile il destinatario.

In definitiva, la Corte ha confermato la legittimità del recesso intimato in quanto il post pubblicato dalla lavoratrice risultava del tutto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo.

 

Il divieto di interferenza nella vita privata del dipendente.

 

 

Alla luce di tale orientamento, peraltro consolidato, della Corte di Cassazione, è opportuno segnalare che in circostanze analoghe a quella qui richiamata, è stata rigettata anche una linea difensiva del lavoratore che invocava una violazione dell’art. 8 dello Statuto dei Lavoratori relativo al divieto per il datore di effettuare indagini sulla sfera privata del dipendente.

Invero, con ordinanza n. 28878 del 12 novembre 2018, la stessa Cassazione ha chiarito che “l’occhio” del datore di lavoro in tali casi non è volto a valutare le opinioni del dipendente quanto piuttosto ad accertare atteggiamenti rilevanti in termini di attitudini professionali, in considerazione del potenziale diffusivo delle esternazioni pubblicate sui social.

Pertanto, anche in questo caso, veniva confermata la legittimità del licenziamento per giusta causa irrogato al dipendente, atteso che la condotta in esame si poneva in violazione non solo del dovere di fedeltà di cui all’art. 2105 c.c. ma anche dei più generali principi di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., palesandosi la slealtà del dipendente nei confronti della società datrice di lavoro. 

Hai ricevuto una contestazione disciplinare a causa di un post pubblicato sui social? Hai rintracciato contenuto offensivi sulla bacheca social di un tuo lavoratore?

 

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