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L’immagine aziendale all’epoca dei social network

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Nell’epoca del massimo utilizzo dei social network, anche le aziende sono ormai improntate alla valorizzazione dei propri servizi e dei propri prodotti attraverso la diffusione di immagini, informazioni e notizie sulle più varie piattaforme social, comprendendone l’ampio ritorno in termini pubblicitari e, quindi, economici.

Tuttavia, tanto per il datore di lavoro quanto per il lavoratore, l’esposizione a tali meccanismi di condivisione può incontrare risvolti sia positivi che negativi.

Ecco, quindi, cosa sapere per approcciare nel migliore dei modi all’esperienza “social”, senza incorrere nel rischio che un utilizzo scorretto della condivisione comporti effetti di senso opposto a quelli desiderati.

Come può essere definita l’immagine aziendale? Il concetto di “Web reputation”.

 

 

L’immagine aziendale può essere definita come la percezione che gli utenti hanno dell’impresa.

Tale percezione si fonda sul giudizio personale che l’utente si forma sull’impresa, in considerazione dei sistemi comunicativi dalla stessa intrapresi e curati al fine di rendere apprezzabili i propri servizi, i propri prodotti nonché la propria esperienza di “customer service”.

Al fine di “confezionare” una buona immagine aziendale, quasi la totalità delle imprese, ad oggi, si avvale delle piattaforme di condivisione offerte dai social network, anche e soprattutto al fine di ampliare il proprio bacino di utenza.

In un tale contesto, è di fondamentale importanza, per ogni azienda decisa ad affacciarsi nel mondo del web, monitorare la propria c.d. “Web reputation” attraverso costanti attività di controllo e di raccolta dei dati relativi a ciò che gli utenti riferiscono con riguardo alla propria attività, per poter di volta in volta intervenire al fine di migliorare o preservare i risultati ottenuti.

 

La tutela dell’immagine aziendale. Privacy e “Social media Policy”.

 

 

Come può un’azienda prevenire la “scomodità” delle circostanze in cui siano proprio i suoi dipendenti, attraverso le piattaforme “social” a ledere l’immagine sino a quel momento costruita?

È in questi casi che interviene (meglio se preventivamente) l’utilizzo di una buona “Social media Policy”, vale a dire un vero e proprio codice di condotta che stabilisce regole e confini in ordine all’utilizzo da parte dei dipendenti sia di account aziendali sia di account personali (per il caso in cui il lavoratore parli online, direttamente od indirettamente, di questioni di attinenza prettamente aziendale).

Pertanto, la “Social media Policy” è uno strumento con cui l’azienda, da un lato, responsabilizza i propri dipendenti sul corretto approccio ai social nel momento in cui associano il loro nome e la loro opinione al brand dell’azienda e, dall’altro lato, informa i lavoratori di quelle che sono le conseguenze derivanti dall’inosservanza delle stabilite regole sul piano disciplinare.

 

I requisiti di una corretta “Social media Policy”.

 

 

I requisiti minimi di una corretta “Social media Policy” non sono contenuti in nessuna fonte normativa, essendo piuttosto rimessi all’individuazione da parte dell’azienda delle finalità cui la stessa deve pervenire.

Sicuramente, sarà interesse dell’azienda fornire ai dipendenti una chiara e dettagliata indicazione delle conseguenze in caso di violazione della regolamentazione in questione, specificando la rilevanza disciplinare dell’inosservanza medesima.

È fondamentale, poi, che vi sia quanta più attinenza possibile tra le limitazioni imposte ai lavoratori attraverso la “Social media Policy” e l’attività aziendale, al fine di circoscrivere i divieti alla sfera dell’attività d’impresa, riducendo la possibilità di “giustificazione” attraverso l’invocazione del diritto di espressione.

 

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Libertà di espressione del lavoratore ed obbligo di fedeltà.

 

 

Ma dov’è che la libertà di espressione del dipendente incontra i limiti dell’obbligo di fedeltà nei confronti del proprio datore di lavoro?

Nell’ambito del rapporto di lavoro, in virtù dell’art. 1 dello Statuto dei Lavoratori, tutti i lavoratori hanno diritto di assumere una posizione critica nei confronti del datore di lavoro e di esprimere la propria opinione in tal senso.

Tale libertà di espressione, incontra, tuttavia, il limite dell’obbligo di fedeltà del dipendente di cui all’art. 2105 cod. civ., da leggersi altresì nel senso del rispetto dei più generali principi di correttezza e buona fede nell’esercizio del diritto alla libertà di espressione quando si manifesti come lesiva degli interessi e dell’immagine aziendale.

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Quando la lesione dell’immagine aziendale porta al licenziamento disciplinare? 

 

Qualora il dipendente - attraverso un uso improprio dei social - renda pubblici commenti od immagini che si manifestano come offensivi del datore di lavoro, quest’ultimo è passibile di licenziamento per giusta causa.

Tale condotta, infatti, va a ledere la fiducia che l’azienda ripone nei propri dipendenti in quanto, come specificato dalla Corte di Cassazione, Sezione lavoro, nell’ordinanza 12/11/2018 n° 28878, a mente della quale: “La gravità del fatto risiede, nel caso di specie, sia nell’offesa in sé sia (e soprattutto) nella dimensione pubblica (e potenzialmente indeterminata) della stessa insita nella modalità di diffusione - immediata e per lo più indiscriminata - di ogni messaggio postato sui social network”.

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